SAN LEONARDO NEI SECOLI

di Mariantonietta Di Sabato 

Alla fine del V sec., con l’affermarsi del Cristianesimo e del culto Micaelico, nonostante i pericoli ed i disagi del viaggio, lunghe file di pellegrini giungevano sul Monte dell’Arcangelo per rinnovarsi nello spirito, ed implorare benedizioni ed assoluzioni ai piedi del Patrono particolarmente venerato dalle popolazioni dell’Italia Meridionale fin dall’epoca longobarda. Salivano, spinti dall’esempio di insigni personaggi e dalla fama del Santuario, anche popoli di altri paesi, per cui sul Gargano e in tutta la diocesi Sipontina sorsero numerosi ospizi per pellegrini.

Si fondarono monasteri e conventi, come S. Giovanni in Lama (oggi convento di S. Matteo, n.d.r), S. Maria di Stignano, le badie benedettine della Trinità di Monte Sacro a Nord di Mattinata e di S. Maria di Pulsano.

Senza contare quelle che si costruirono nella città di Monte Sant’Angelo e in Siponto, scalo obbligato delle galee veneziane adibite ai viaggi nei Luoghi Santi.

Si suppone, che il monastero di S. Leonardo sia stato fondato tra la fine del sec. XI ed il principio del XII sec., dall’Ordine dei Canonici Agostiniani.

I Canonici Regolari di S. Agostino, così detti perché vivevano in comune secondo la regola agostiniana, avevano l’obbligo della officiatura corale, attendevano al ministero parrocchiale, oltre ad occuparsi dell’assistenza ai pellegrini ed ai poveri.

L’Ordine si venne sviluppando nel sec. XI con raggruppamenti di chierici in vita comune o con capitoli claustrali ad opera di vescovi zelanti. Erano comunità autonome, indipendenti tra loro.

La beneficenza in favore dei pellegrini e dei poveri si praticava in un locale chiamato hospitium oppure hospitale, sito fuori del recinto di clausura. La cura dei ricoverati era affidata ad un canonico, chiamato magister hospitii.

I Canonici che troviamo nella chiesa di San Leonardo, probabilmente fondarono l’istituto poco dopo che il pontefice San Leone IX (1049-1054) giunse a Siponto, dove iniziò la riforma ecclesiastica col deporre due arcivescovi simoniaci nel sinodo che si tenne nel 1050. Inoltre, nei patti di pace con Roberto il Guiscardo, stabilì di far tornare alle dipendenze di Roma tutte le chiese esistenti nel territorio conquistato. Con altri due concili tenutisi rispettivamente a Melfi ed a Benevento introdusse la vita canonica tra gli ecclesiastici mettendo freno alla vita concubinaria del clero meridionale.

Nel 1137 giunse a San Leonardo il Papa Innocenzo II, venuto in Puglia con l’imperatore Lotario per sottrarre la religione dal dominio di Ruggero il Normanno, avendo ricevuto richieste d’aiuto dal priore e dal monastero di San Leonardo “Sipontinensis”.

Fin dal 20 luglio 1136 il papa aveva scritto da Roma al clero e al popolo sipontino, perché cessassero di recar danno al convento, di cui avevano occupato i possedimenti contro giustizia. Favoriti da questo pontefice, i Canonici di San Leonardo ottennero l’esenzione dalla giurisdizione vescovile e furono quindi alle dirette dipendenze della Santa Sede a cui cominciarono a pagare l’annuo censo di un’oncia d’oro.

La comunità religiosa raggiungeva il numero di dodici canonici, tra sacerdoti e diaconi, oltre il personale di servizio e i cosiddetti “oblati”, che lavoravano per il monastero.

Dal patrimonio archivistico del convento si ricavano notizie a proposito di donazioni, compravendite e permute. Le donazioni erano fatte da vescovi e abati di altre chiese, ma anche da persone più o meno benestanti, le quali si riservavano la rendita.

Non era un’azienda puramente economica, nella quale si vedono impegnati Priori e Preposti della chiesa di San Leonardo: essi ne impiegavano le rendite non solo per il loro sostentamento, ma anche per il bene della chiesa stessa e delle relative opere.

Lo sviluppo del monastero durante la monarchia normanna consentì ai canonici di San Leonardo d’estendere la loro attività oltre il territorio sipontino. I pontefici che successero a Innocenzo II, in seguito alle richieste dei religiosi, rinnovarono più volte il Breve che stabiliva l’esenzione dall’autorità vescovile, a condizione che mantenessero l’osservanza della regola di Sant’Agostino, e confermarono nello stesso tempo le successive annessioni di chiese con i relativi possedimenti, le donazioni e gli acquisti di altri beni immobili, tra i quali nove grancie[1].

Fu questo un periodo aureo, durante il quale si rese “celeberrimo” il priore Riccardo, che troviamo in carica dal 1152 per oltre un ventennio.

Come i prìncipi Normanni, così pure i rappresentanti dell’autorità imperiale sveva favoriscono tra la fine del sec. XII e l’inizio del XIII, la Chiesa di San Leonardo. Lo stesso Federico II, non ancora imperatore, il 6 agosto 1201, da Palermo, avendo riguardo ai grata servicia resi alla Sua Maestà Reale dal Priore Pietro, in compenso concede a lui e alla Chiesa di San Leonardo il forno demaniale, presso la chiesa di Santa Margherita in Barletta. Inoltre durante questo periodo furono annesse altre quattro grancie.

Nel 1225, ha inizio il tramonto della Comunità Agostiniana con un dissidio nella elezione del nuovo priore, allorquando alcuni elessero come preposto Mercurio ed altri Ambrogio, elezioni annullate poi da papa Onorio III il quale affidò agli Abati di Monte Sacro e di S. Spirito il compito di scegliere la persona più idonea. Venne così eletto il canonico Roberto.

Le numerose scorrerie dei Saraceni in questi anni ridussero il convento alla desolazione. Non si poteva più provvedere ai bisogni della chiesa, completamente rovinata e divenuta una “spelonga di ladri”.

Le grancie, intanto, tendevano a staccarsi dalla chiesa principale. Nel ventennio tra il 1240 e il 1260, non mancarono, inoltre, altri fatti notevoli che con la crisi amministrativa e la negligenza di alcuni priori, determinarono la fine della comunità agostiniana in San Leonardo. Causa principale fu il disordine del regno, prodotto dal dissidio tra Federico II ed il papato, che continuò fino alla morte di Manfredi.

Così, col 1260, tramontava in San Leonardo di Siponto la comunità agostiniana, non per mancanza di spirito religioso, ma per difficoltà economiche e per le umane vicende, che richiedevano una nuova riforma della regola di Sant’Agostino.

La chiesa di San Leonardo versava in questi anni in uno stato deplorevole ed era vacante per la morte dell’ultimo priore.

Nel convento c’erano appena sette canonici i quali, con la loro supplica, richiedevano provvedimenti al Pontefice. Due delegati pontifici, il vescovo di Melfi Risando e il priore dei Frati domenicani di Barletta, Eustasio, informarono così il papa che la Chiesa era soggetta direttamente alla Santa Sede, sia per gli affari spirituali che temporali, e si trovava in tali pessime condizioni da non potersi dire più una casa di Dio, ridotta in miseria, priva delle sue ricchezze, dei suoi ministri servitori; né c’era alcuna possibilità di risorse locali per uscire fuori da quello stato di abiezione e riprendere il primitivo splendore.

Pertanto, papa Alessandro, il 26 novembre 1260, emetteva la Bolla di unione della chiesa di San Leonardo all’Ordine Teutonico con l’obbligo di pagare annualmente il censo di una libbra d’oro alla Santa Sede, di provvedere al sostentamento dei canonici rimasti e di ripristinare al più presto la comunità religiosa.

Con l’annessione perpetua all’Ordine teutonico, la chiesa di San Leonardo col monastero e l’ospizio entrò nella storia della Balìa di Puglia, come una casa secondaria, dove ebbe la sua residenza il Praeceptor con alcuni frati. Continuò così ad esistervi la conventualità, che durò fino alla seconda metà del secolo XV.

Cessava, intanto, la dominazione sveva con la morte di Manfredi (1266), il quale aveva dato inizio alla fondazione della nuova Siponto – Sipontum Novellum –, dopodiché la nuova città si disse Manfridonia e poi Manfredonia.

Il decadimento morale del Regno Angioino fu la prima causa del tramonto della Balìa di Puglia. Le guerre, i saccheggi e le devastazioni in Puglia furono tali che molti possedimenti dell’Ordine Teutonico rimasero abbandonati. Inoltre sorsero litigi e conflitti tra i precettori, i contadini e i proprietari. A sedare le liti e per assicurare gli interessi economici della chiesa di San Leonardo e proteggerla, intervenne il gran maestro generale dell’Ordine Teutonico.

Per il recupero dei beni mobili ed immobili, di cui molti si erano appropriati indebitamente, approfittando dei disordini, il papa si rivolse agli arcivescovi di Siponto e Barletta chiedendo il loro intervento, anche ricorrendo alla scomunica perché si effettuassero le restituzioni reclamate dagli amministratori dell’Ordine Teutonico.

Nel 1527, durante l’assedio alla città di Manfredonia, il monastero fu occupato dalle truppe mercenarie del Lautrec in quanto non era abitato da nessuna comunità religiosa. Alla loro partenza i cittadini trovarono San Leonardo piena di grano ed orzo.

Malgrado il triste periodo passato, in San Leonardo non vennero meno le tradizioni religiose.

In seguito, per circa trentacinque anni, la gestione dell’abbazia fu affidata a due fiorentini, Nicolò e Taddeo Gaddi, zio e nipote, i quali, grazie alla loro saggia amministrazione, furono in grado di offrire a Re Filippo II, un contributo pari a 888 ducati, allorché il monarca, nel 1557, ebbe bisogno di un prestito per la guerra tra Spagna e Francia, il più alto tra quelli versati dalle altre chiese.

Agli albori del sec. XVII le fabbriche conventuali di San Leonardo erano nelle mani dei Frati Minori Osservanti. Essi avevano un convento in Manfredonia quando la città fu saccheggiata dai Turchi, dai quali venne distrutto. Dell’operosità dei Frati Minori sappiamo ben poco. Essi non avevano l’amministrazione delle rendite della Badia e ne godevano molto limitatamente, secondo la generosità dell’abate commendatario. Vivevano piuttosto di elemosine, che raccoglievano in chiesa dai fedeli o fuori con la questua nelle campagne limitrofe.

Questa nuova comunità religiosa tenne vivo il culto del santo, e giovò moltissimo con l’esercizio del sacro ministero ai pellegrini che giungevano sul Gargano.

Il 19 gennaio 1782, la Consulta Reale proponeva che la Badia di San Leonardo delle Matine si dichiarasse Commenda del Real Ordine Costantiniano, di cui Re Ferdinando IV era il Gran Maestro nel suo Regno. Essa fu conferita al cardinale Acquaviva. I continui litigi tra cardinali e vescovi che si contendevano le rendite di San Leonardo, determinarono la fine della Commenda.

Poco dopo la morte dell’ultimo abate Commendatario, tutti i beni della Badia furono trasferiti al Regio Fisco.

La rendita della Badia veniva riducendosi. Già nel sec. XVII, infatti, gli abati Commendatari vendevano alcuni beni. Soppresso il beneficio ecclesiastico, l’amministrazione della Badia veniva affidata al supremo Magistrato che destinava un Suddelegato.

Successivamente il re Giuseppe Napoleone l’aggregava al ruolo dei beni Nazionali per poi venderla, alleviando così il Debito Pubblico.

Nel 1809 con decreto di Gioacchino Murat venne soppresso anche l’ospedale. Nello stesso anno prendeva possesso del fondo e della chiesa il Marchese di Antissano Filippo Faiella, che l’aveva avuto in enfiteusi con speciale approvazione e mandato del Ministero dell’Interno del Regno delle due Sicilie. Qualche anno dopo, restaurato il regime borbonico, la Magistrale Deputazione del Regio Ordine Costantiniano richiedeva dal Demanio “un distinto stato” di quanto esistesse per ciascuna Commenda dell’Ordine Costantiniano e si venne a sapere che la Commenda del Regio Monte Borbonico, intitolata a San Leonardo delle Matine, era stata venduta. Tramontava così la Badia di San Leonardo.

Nel maggio 1847 Federico Gregorovius visitò le rovine di San Leonardo e, nella prefazione ai cinque volumi delle sue Passeggiate per l’Italia, constatò che l’abbazia, ormai era diventata il centro di una fattoria ed era abitata solo da pecorai. Stesse considerazioni di disfacimento ebbero a fare il Lenormant, il Mauret e perfino il Bacchelli, i quali dovettero, come tanti altri turisti di quel periodo, ammirare la chiesa da una fessura nel muro in quanto la porta principale era murata ed era impossibile ottenere la chiave dell’altro ingresso. Le note degli stranieri e le voci dei viaggiatori scossero la sensibilità dei cittadini di Manfredonia; e non mancarono, prima con la stampa, poi con l’interessamento di persone autorevoli, di far conoscere le penose condizioni della chiesa di San Leonardo, che fino al 1920 era stata in custodia alla famiglia Zappetti.

L’Ospedale Umberto I di Foggia, però, era ancora proprietario della chiesa, per cui la Regia Soprintendenza alle Opere di Antichità e d’Arte della Puglia, con una nota del 15 aprile 1935, invitava l’Amministrazione di detto Ospedale a provvedere “alla conservazione e alla valorizzazione turistica di un monumento fra i monumenti più suggestivi della zona”.

Costituitosi nel 1937 l’Ente Fascista Dauno per la conservazione e tutela dei monumenti della Provincia di Foggia, l’Amministrazione degli Ospedali Riuniti, successa all’Ospedale Umberto I, deliberava di donare la chiesa di San Leonardo all’Ente, ma tale deliberazione non ebbe alcun effetto in quanto non fu seguita da un atto notarile.

Durante la seconda guerra mondiale tutto sarebbe finito in un cumulo di macerie, se la Soprintendenza ai Monumenti della Puglia e della Lucania non avesse preso in considerazione un telegramma che segnalava il prossimo scoppio di bombe dell’aviazione alleata, nella zona di San Leonardo.

Fino ad allora la chiesa non aveva subito alcun danno a causa della guerra, in pieno disfacimento, accanto ad una masseria con pochissimo bestiame. Non aveva alcuna attrattiva agli occhi del nemico. Cessate le operazioni belliche, le bombe accumulate nei vari depositi furono trasportate altrove, ma ciò che rimase inutilizzato doveva essere fatto brillare nelle vicinanze di San Leonardo, senza badare al tesoro artistico così vicino.

I Frati Minori di Manfredonia avrebbero voluto rimuovere il portale, ma la Soprintendenza di Bari non acconsentì e, nonostante l’energico intervento dell’architetto Schettini presso le Autorità, nulla impedì l’evento, che provocò danni rilevanti.

Finalmente nel 1947, con il ben volere della famiglia Zappetti, si avviò la pratica per il restauro di San Leonardo, e i lavori vennero affidati alla Ditta Angelillis di Manfredonia.

Il 1° maggio 1950 la Chiesa venne riaperta al culto. Il proprietario della masseria, Raffaele Di Bari, fece istanza all’Arcivescovo Andrea Cesarano per poter celebrare la Messa festiva. Venne nominato rettore il canonico teologo don Silvestro Mastrobuoni, il quale benedisse e ripristinò l’antica tradizione della festa dell’Ascensione. Benedisse anche la nuova statua di pietra modellata sull’antico busto di San Leonardo, rinvenuto mutilato. L’anno dopo, durante la festa dell’Ascensione, venne consacrato solennemente il nuovo altare dal Vescovo di Lucera, Mons. Domenico Vendola.

Negli anni seguenti la riapertura, l’Abbazia si occupò dell’assistenza religiosa a pastori, contadini e lavoratori della zona, ma la chiesa era frequentata prevalentemente da pellegrini diretti sul Gargano e da turisti.

Vi si tennero corsi di qualificazione per caseari, corsi di agraria e di dattilografia per disoccupati, autorizzati dal Consorzio Provinciale per l’Istruzione Tecnica di Foggia. Non esistendo un edificio scolastico rurale, i figli dei pastori e dei contadini della zona frequentavano la scuola nell’ospedale, fino ad allora ricovero per pecore e pastori, opportunamente restaurato e fornito di un’aula ben arredata con stufe, con carte geografiche agrarie e una radio. C’era anche una piccola Biblioteca popolare e una macchina da cucire per le ragazze affidate ad un’insegnante di taglio. Viene perfino stampato un periodico mensile “IL PASTORE”, distribuito gratuitamente, e ogni anno agli alunni della scuola di agraria viene consegnato un almanacco chiamato “IL LEONARDO”.  

Tratto da: Matteo Di Sabato, Siponto e San Leonardo, storia arte culto, Ed. Il Sipontiere, Manfredonia, 2005

 

San Leonardo oggi

Il 3 ottobre 1959, grazie ad una cessione a titolo gratuito da parte del signor Raffaele Di Bari, i ruderi dell'ospitale e il terreno circostante diventano proprietà della chiesa parrocchiale San Leonardo di Siponto rappresentata dal canonico don Silvestro Mastrobuoni.

Raffaele Di Bari aveva acquistato il terreno nel 1947 da privati che a loro volta lo avevano acquistato nel 1920 dall' Ospedale Umberto I di Foggia.

La donazione venne fatta a scopo di culto, vista la grande devozione del Di Bari, con l'obbligo di continuare la vecchia tradizione di celebrare annualmente nella chiesa di San Leonardo la festa dell'Ascensione e di celebrare in tale circostanza una messa per la sua anima e per quella dei suoi parenti vivi e defunti.

Dopo la Morte di don Mastrobuoni le sorti dell’abbazia di San Leonardo hanno subìto alti e bassi.

Dal 1970 al 1978 gli interni dell’ospitale vennero ristrutturati, per adibirlo a ristorante, dalla famiglia Carbone, che in quegli anni si occupò anche della custodia dell’abbazia.

L’abbazia era aperta al culto, ma sempre in stato di semiabbandono, anche perché la parte relativa al convento era proprietà privata.

Verrà acquistata dall'Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste, durante il vescovato di Mons. Vincenzo D’Addario, solo il 6 aprile 1998, dopo l’ennesimo crollo, con la promessa del Ministero di cominciare ad erogare fondi per i restauri. Infatti, i fabbricati che costituivano l'antico convento di San Leonardo, non essendo abitati da decenni, erano ormai fatiscenti e pericolanti.

I restauri cominciarono a tappe; nel 2009 parte il restauro dell’Hospitale, mentre per gli edifici conventuali occorrerà attendere l’opera fattiva di Monsignor Michele Castoro.

Il 29 settembre 2011 Mons. Castoro firma una convenzione di affidamento con il Responsabile Generale dei “Ricostruttori nella preghiera” don Roberto Rondanina, con la quale affida alla comunità religiosa la custodia dell’abbazia per farla tornare ad essere un centro di spiritualità.

Il 25 settembre 2014 viene firmato l'accordo tra l'Arcidiocesi e la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia per il recupero e la valorizzazione dell'abbazia. Attraverso i fondi europei il MIBACT si è impegnato ad intervenire e si è stabilito che una porzione del complesso venga destinata a spazio museale.

I restanti lavori di recupero sono stati realizzati tra il 2014 e il 2016. Resta da completare l’allestimento del museo.

Il 6 ottobre 2019 l'arcivescovo della diocesi Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, padre Franco Moscone, ha dedicato e consacrato la chiesa con il nuovo altare nel quale ha racchiuso le reliquie dei santi martiri Ciriaco, Aquila e Modesta, rimosse dal vecchio altare, e la reliquia dei Santi Antonio Primaldo e compagni, martiri di Otranto.



[1] Grancia: Organizzazione benedettina di persone e beni economici, costituita inizialmente da edifici rurali sui terreni di un’abbazia per la custodia dei prodotii agricoli, ed in seguito (sec.XII) trasformata per il lavoro manuale degli stesi monaci, in una piccola comunità monastica governata da un rappresentante dell’abate e una unità economica (fattoria) amministrata dal cellerario o monaco “granciere”; ampliata dalla popolazione laica dei salariati, contadini pastori, piccoli artigiani.