SAN LEONARDO IN LAMA VOLARE TRA ARTE E FEDE

di Mariantonietta Di Sabato

 

San Leonardo, il santo di Noblac 

Non di un Santo scriviamo la storia; ma del santo di Noblac – l’eremita Leonardo – dobbiamo pur fare un cenno, perché non si confonda con altri santi omonimi e se ne rilevi il culto estesissimo, ch’egli ebbe nella vita della Chiesa, particolarmente nella Puglia.

Gentiluomo francese in grande onore nella corte di Clodoveo I, fu convertito al cristianesimo da S. Remigio, apostolo dei franchi, di cui divenne discepolo fedele, e compì dietro le sue orme anche lui la nobile missione di evangelizzare quel popolo, col quale si formò una grande monarchia dell’Europa occidentale nel sesto secolo della civiltà cristiana.

Iniziato per tempo ai misteri della nostra Fede, si esercitò nelle pratiche della religione; per cui rifulsero in lui le grandi e fondamentali virtù: il disinteresse, l'umiltà, lo zelo per le anime, unito allo spirito di preghiera e di carità cristiana. Esemplare propagatore del Vangelo, ricusando ogni altro onore e dignità, si diede ad esercitare soprattutto l'apostolato caritativo per la cura degl'infelici, schiavi e prigionieri, dei quali ottenne con i suoi favori la liberazione.

Dopo aver predicato per qualche tempo i misteri della Fede, temendo d'esser richiamato alla corte e desiderando consacrarsi interamente a Dio, partì di nascosto e si ritirò nel territorio d'Orleans. Nel monastero di Micy fece professione sotto la disciplina di S. Massimino, dopo la cui morte (520) passò nel Berri, convertendovi molti idolatri.

L'Aquitania, grande regione delle Gallie tra l'Atlantico, la Garonna e la Provenza, particolarmente il Limosino, fu il campo della sua azione religiosa. Nella solitudine di Pouvin, a dieci miglia da Limoges, terminò santamente la sua vita; e quel sito, sulla riva destra della Vienne, affluente della Loira, venne poi chiamato «Saint Léonard-de-Noblac».

La data della sua morte si riporta comunemente al 559 e la Chiesa Cattolica ne celebra la festa il 6 novembre, come si registra nel Martirologio Romano. La fama di questo Santo e dei suoi strepitosi prodigi andò sempre più dilatandosi nel Medioevo, tanto che sorsero dovunque chiese, cappelle ed altari, dedicati al suo nome. A Noblac si trovano le sacre Reliquie del suo prezioso Corpo, custodite con grande venerazione nel tempio di quel celebre monastero, officiato nel secolo XI dai Canonici Regolari, che poi ne propagarono maggiormente il culto. Da quattordici secoli San Leonardo è invocato con gli onori degli altari non soltanto in Francia, ma anche in Belgio, in Inghilterra, in Germania, in Polonia, in Svizzera, in Spagna, oltre che nel nostro Paese.

 

San Leonardo in Puglia 

La chiesa di S. Leonardo, trovandosi sopra una collina, che domina il letto del Candelaro, meglio s'identifica con l'appellativo di «Siponto». La collina, su cui si eleva il sacro Tempio, sorpassa verso sud-ovest i cento metri sul livello del mare e scende con un breve declivio verso la lama ossia Valle Volara (cosi detta fin dal sec. XII, forse dai ladri, voleurs, che dovevano infestarla) ad oriente, nella direzione di Siponto. Altri chiamano questa collina Monte Viburno, ed anche Monte Aquilone, forse perché, proseguendo dalla terra di Candelaro, per l'antica strada verso Siponto, si lasciava a sinistra la collina, nella direzione dei venti aquilonari, provenienti dal Gargano, che rimane a settentrione.

La scelta del sito provenne anche dal fatto, che nella località, dove si trova il monastero, affluiscono le acque che alimentano parecchie e molto antiche cisterne, scavate tutte nella stessa direzione della valle o lama. Il sito, dove propriamente domina la chiesa col monastero, si diceva «Lama Volara» o «Volaria» o «Bullara», ovvero «Valle Nebularia» o «Nebulana», come si legge in molti documenti fino alla seconda metà del secolo XIII. I documenti pontifici e quelli imperiali di Federico II però riportano per lo più l'appellativo di «Siponto», anche senza l’altro, più preciso, «de Lama Volari» o «in Lama Volari». Si legge, infatti, S. Leonardi de Siponto, ovvero S. Leonardi Sipontinensis, oppure eccl. S. Leonardi, sita in territorio Sipontino, in Lama Volari. Quando la città di Siponto venne distrutta da Guglielmo il Malo nel 1155, il notaio Natanael, aveva premura di far sapere, nel redigere i suoi atti, che la chiesa di S. Leonardo era non longe a civitate diruta Siponti existenti.

La notizia che dentro le mura della città di Siponto ci fosse la collegiata di S. Leonardo, è quindi errata: come appare egualmente errata l'altra che Federico II abbia fondata la chiesa di S. Leonardo «in Lama Volaria» per darla all'Ordine Teutonico e che ne sia stata posta la prima pietra dall'arcivescovo Aberto «nel giorno dell'Ascensione, mercato festivo arrivato alla Puglia in questo medesimo dì». Altra denominazione più interessante, che precisa, senza alcun equivoco, la località di questa chiesa, è la frase che riferisce ai pellegrini, i quali erano ospitati nell'attiguo fabbricato, esistente già nel secolo XII: «iuxta stratam peregrinorum inter Sipontum et Candelarium».

Prevalse però, in seguito, la volgare denominazione di San Leonardo «delle Matine», a cominciare dal sec. XIV, quando i Frati dell'Ordine Teutonico costituirono in San Leonardo «di Lama Volara» il centro della loro Balia di Puglia. Fu la stessa «strada dei Pellegrini», che attraversando «Le Matine» di Rignano Garganico e di S. Giovanni Rotondo alle pendici del Gargano conduceva dal Ponte di Civitate presso S. Severo per le terre feudali della Balia a San Leonardo di Siponto, e determinò l'anzidetta denominazione, conservata anche per il periodo, in cui fu in pieno vigore la Badia, amministrata dagli Abati Commendatari.

 

San Leonardo nell’arte

La Chiesa di S. Leonardo è stata classificata per la sua struttura architettonica con questa espressione: «una sentinella avanzata dei templi a cupola in Puglia».

Quando Alfredo Petrucci la descrisse la prima volta, egli la trovò nel 1922 «deturpata» nella facciata principale da innovazioni del sec. XVII e incastrata per un lato in costruzioni più tardive». Però la nota caratteristica che la fa subito avvistare da oltre due chilometri sull'antica «Strada dei pellegrini» è proprio questa: due cupolette con un campanile molto modesto e con una torretta sulle fabbriche dell'attiguo convento. «Siffatte cupole», si fa notare, «per solito emisferiche all'esterno in un tamburo poligonale e coperte da una piramide di sottili lastre calcaree, sono una particolarità dell'architettura pugliese dei secoli XII e XIII e ricordano le volte dei caratteristici trulli, ottenute con la sovrapposizione di anelli concentrici di pietre, gradatamente convergenti alla sommità, e quella della Tomba dei Rotari».

La chiesa di S. Leonardo, cosi classificata, va quindi ricordata con la cattedrale «vecchia» di Molfetta, il Santuario della Madonna dei Martiri, e il tempio a cupola, S. Francesco di Trani, di cui si conosce la data precisa della consacrazione (1184). Per questo e per quello che ancora nostra chiesa, architettonicamente considerata, è sulla «soglia dell'architettura pugliese». Né, in questa plaga, doveva essere sola, lo notiamo anche noi: a pochi chilometri di distanza presso la laguna della «Contessa» è denominata ancora la «cupola» un sito, su cui sorgeva una chiesa della medesima architettura.

 

Sugli avanzi d'un tempio più antico

Se per le sue due cupolette la chiesa di S. Leonardo risale al secolo XII, gli avanzi di più remota antichità ci fanno arguire l'esistenza d'una chiesa bizantina, trasformata in chiesa latina nel secolo XI.

Cominciando ad osservarla dall'interno, si nota subito l’asimmetria, per l'esistenza d'un grande pilastro con colonne semi-addossate e di rincontro a destra un muro, quasi nel centro, la cupoletta più antica e più ricca di ornati, con archetti a tutto sesto e mensolette tra loro differenti, aventi lo stesso motivo architettonico della facciata monumentale. La chiesa bizantina, di forma quadrata, che doveva avere la porta d'ingresso ad oriente, non si vede più; però se ne intuisce l'esistenza per altri particolari, nello sviluppo della chiesa a destra, dal lato del campaniletto del sec. XVI, e in fondo, dove sono le tre absidi, che ne chiusero il primitivo ingresso.

Altri avanzi di arte bizantina si osservano nell'attiguo recinto, dove si conservano frammenti d'iscrizioni e di altari demoliti durante i restauri (anni ’50). È senza dubbio d'epoca bizantina il frammento di architrave con disegno geometrico (del sec. IX), come pure una transenna collocata, nella facciata, in cui è incastonato il sontuoso portale.

Per quanto improvvisa, preziosa scoperta, sia stata a lungo questa chiesa per il viandante che la scorgeva un tempo dopo troppi chilometri di strada, piatta, monotona, assolata, che si facevano per giungervi da Foggia, oggi S. Leonardo di Siponto si ammira più facilmente e più compiutamente, a colpo d'occhio dalla statale Foggia-Manfredonia.

«Come tutti i monumenti del genere, la chiesa di S. Leonardo ha oggi una fisionomia che solo attraverso decenni ha potuto assumere per l'opera e la munificenza di diversi. Non la mole, né la fastosità o la ricchezza di materiali, e neppure la complessità di strutture murarie, tese al gioco statico della costruzione, caratterizzano questo tempio, sibbene la chiarità delle sue linee architettoniche essenziali, il gusto evoluto della sua ornamentazione, dosata con sicuro senso della misura e realizzata con disinvolta sicurezza, e soprattutto il solenne portale, nel quale è esploso il genio inventivo di un originale maestro della pietra» (Nicola De Feudis, San Leonardo di Siponto)

 

La facciata rivolta ad occidente

La facciata principale non è quella che si osserva dal viale, innestato alla strada statale garganica, ma l'altra ch'è rivolta ad occidente. Essa denuncia la presenza di tre navate con copertura a volte, e consente la vista del tamburo ottagonale, ricoprente una delle due volte coniche, abbellito e alleggerito da archetti a tutto sesto poggianti su fasce a sezione rettangolare. Movimento e grazia conferiscono a questa facciata la sequenza di archetti pensili e leséne che interrompono e partiscono l'insieme...

Gli archetti di sinistra scendono gradatamente fino allo spigolo e manifestano con l'unica rosetta incastonata la parte più antica della chiesa, con la finestra romboidale, mentre l’altro angolo, ove sorge il campanile secentesco, denuncia una ricostruzione ed un adattamento che dall'angolo destro continua verso il chiostro, nel quale si affacciano le bifore del coro.

 

Il sontuoso portale

Molto più interessante è il lato della chiesa, rivolto a settentrione, dove non nuoce affatto l'imboccatura di una sterna con bassorilievi del 1600, ch'erano occultati dal muro di cinta demolito (n.d.r. negli anni ’50).

Guardando da questo lato la facciata, vediamo ristabilita l'armonia del complesso. Una serie di mensole, interessantissime per la varietà e delicatezza dei motivi, assolvendo la funzione di sostenere la cornice, nella quale si raccolgono le acque piovane del tetto, producono, specie al cadere del giorno, un grazioso e ritmico contrasto di luci ed ombre, mentre l'inseguirsi degli archetti, divisi in serie di tre ciascuna da leséne, che s'innalzano fino a raggiungere la linea delle imposte, ripetono con piacevole insistenza il motivo romanico dominante.

In questa cornice s'incastra sontuosamente il portale con la ricchezza e solennità della struttura e con la forza del rilievo aggettante; su di esso un corto protiro sostenuto da due colonne, poggianti su leoni in vivace atteggiamento.

La graduazione dell'ornato, più fine e complesso man mano che procede verso l'intradosso, il forte rilievo delle sculture, la presenza di grifi e di leoni, le colonne di sostegno del baldacchino e quelle fiancheggianti gli stipiti compongono, specie nelle ore di sole, un potente insieme di grande forza e vitalità.

Si esamini, innanzi tutto, la fascia che, dalla base lungo gli stipiti prima e lungo l'archivolto poi, svolge un complesso e graziosissimo motivo di tralci, tra cui in vario modo sono trattenuti in dinamici ed eleganti atteggiamenti campioni della fauna e della mitologia simbolica: leggero il modellato, perfetto il disegno, pittorico l'effetto.

 

Il simbolismo del portale

Il simbolismo ci fa meglio intendere l'espressione artistica di questo portale, qui impressa nel periodo più classico del misticismo medioevale.

Questa chiesa monumentale si arricchiva del suo splendido gioiello d'arte scultorea, sulla fine del secolo XII (o inizio del XIII), quando il culto dell'Eucaristia diveniva sempre più intenso, culminando con l'istituzione della festa del Corpus Domini (1264). Allora, probabilmente, il portale venne incastonato in questo lato della chiesa, insieme ai due leoni sporgenti, che fanno tutt'uno col monumento.

Infatti, a cominciare da quello che maciulla una figura umana, nuda, sentiamo l'ammonimento dell'Apostolo Pietro, che invita i fedeli ad essere sobri e vigilanti nella preghiera, perché il nostro avversario, il diavolo, ci gira intorno «come un leone ruggente, cercando chi divorare».

Nell'altro leone, invece, che ha un pesce (ictus) in bocca, troviamo l'espressione del cristiano, che cibandosi di Cristo (Ossia del Pane Eucaristico) e meditando la sua dottrina, diventa forte come un leone, terribile al demonio, ispiratore a ogni male.

E cosi il fedele, l'osservatore del monumento, si avvia alla contemplazione delle altre figure simboliche degli stipiti e delle imposte fino a quella centrale, da cui domina fra due Angeli adoranti il Legislatore, Gesù Cristo, Salvatore del Mondo, principio e fine, alfa e omega, come dice S. Giovanni nell'Apocalisse.

Del Verbo eterno, umanatosi per insegnare agli uomini il vero amore fraterno, parla solennemente nel Vangelo, nelle tre Lettere e nell'Apocalisse, proprio quest'apostolo, simboleggiato per tre volte dall'aquila, sulla quale in alto si legge la sigla «Joh' es» (Johannes, Giovanni).

Del Messia profetizzato, figlio di Davide, dimostra la venuta l'altro evangelista, Matteo, simboleggiato nel giovane alato con un libro in mano, ch'è dal lato opposto all'aquila. E sotto a questi due simboli, se ne scorgono altri due col nimbo, che ricordano gli evangelisti Marco e Luca.

Rappresentato come un centauro sembra esserci lo stesso profeta re Davide con la cetra, che canta il futuro Messia; mentre dal lato opposto gli fa riscontro un personaggio cornuto con le spalle rivolte a Cristo, ossia l'anticristo.

E sopra a questi, nello stesso ordine, ma opposti l'uno all'altro due animali simbolici: il cervo che esprime l'anelito dell'anima verso Dio, e il dragone, ossia il demonio, nemico di Dio.

La stessa fascia, che dalla base lungo gli stipiti, da ciascun lato, è sormontata da un capitello istoriato, ha dei simboli non meno espressivi. La vite con i grappoli che vi s'intreccia con altre figure ci richiama alla mente la frase evangelica e l'ammonimento di Gesù: «Io sono la vera vite e voi i tralci, perché senza di me non potete far niente». E vi è quindi un giovane con un «frutto» in mano: poi un lupo in veste di agnello e il cervo ancora due volte riprodotto insieme con l’aquila, simboleggiante sempre l'apostolo della carità, che non sono certo senza significato.

Il centauro saettante dovrebbe significarvi la costellazione del Sagittario. E vi è ancora il drago ucciso da San Giorgio, e poi una figura mostruosa di due leoni addossati, terminanti con una sola testa, come si riscontra anche in un capitello sulla parte alta della facciata della chiesa garganica di Pulsano.

Delle altre immagini è abbastanza noto il significato. Nei due capitelli è istoriata la scena dell'adorazione dei Magi che presentano i loro doni di oro, incenso e mirra (a destra), mentre (a sinistra) è rappresentata la figura del pellegrino al Gargano, protetto da un Angelo con la spada sguainata e da San Michele che uccide il drago.

Nel centro sovrasta un vuoto: v'era rappresentata la Madonna col Bambino. Ai due lati, si vede S. Leonardo con le catene, e dalla parte opposta S. Giacomo, primo vescovo di Gerusalemme, come è ricordato da una relazione del Vescovo di Ascoli Satriano del secolo XVIII.

Nelle absidi, all'esterno, non è difficile rivedere in quelle figure mostruose, simboli di divinità pagane; poiché nel simbolismo cristiano esse stanno a significare i demoni, che sono fuori della Chiesa.

Le lettere disposte in colonna, verticalmente, su una fascia dell'abside centrale, ricomposte in ordine lineare ci danno il nome di «Guilielmus sacerdos»: probabilmente è il nome d'uno dei canonici regolari di S. Agostino del sec. XII.

 

Realismo nelle figurazioni del portale

Col misticismo, che non tutti gli osservatori discernono, spicca il realismo in tutte le immagini e figurazioni del portale.

I due leoni in atteggiamento vivace, i due capitelli con le relative scene, e particolarmente quel grazioso somarello artisticamente rappresentato, la stessa figura dominante del Salvatore e i due Santi, di cui uno solo col cappuccio, poiché l'altro è in atteggiamento di orante, tutte queste immagini fra tanta flora e fauna e figurazioni simboliche suscitano un incanto, che il prelodato Alfredo Petrucci traduce quasi poetando: «Chi compì questo miracolo? – egli diceva – Chi vestì di tanta bellezza la pietra da cui ancora oggi si sprigiona una parola cosi calda di vita?

Immagini lievi, come creature in punta di piedi, giungono da lontano al nostro spirito. Il tempo antico si fa presente. Le distanze si accorciano come le ombre alla radice delle cose, mentre il sole è ancora alto all'orizzonte.

Il tralcio che ascende in larghe volute su per gli stipiti e per gli archivolti, trema al soffio del vento. E le figure intricate nei cirri riprendono il moto, al punto in cui lo scalpello dell'umile maestro le fermò or sono ottocento anni.

La centauressa si stacca dalla pietra; la siringa stretta fra le sue mani intona, percossa, la sua più bella canzone».

 

Nell'interno della chiesa

Forse per oltre due secoli, l'ingresso nella chiesa fu chiuso da questo lato monumentale: la porta era «cieca», quando un romanziere, Riccardo Bacchelli, la vide, la fissò ed immaginò la scena da lui descritta in una elegante novella. Fu chiusa per crearvi all'interno un altare, dov'erano le Reliquie di S. Celestino martire, raccolte in un'urna.

Entrando da questo lato ci appare l'interno completamente nudo.

Di stile manifestamente romanico sono il pilastro con le colonne semi-addossate e i capitelli ornati con diversa maniera: v'è una figura sacerdotale pagana, nell'atto di sacrificare una scrofa, in una delle facce del capitello, rivolto all'ingresso.

Mancando lo sviluppo della terza navata, ci è possibile osservare il lato interno dell'antica chiesa quadrata, su cui s'innestano gli archi di stile romanico, che sostengono il coro, una specie di matroneo, illuminato da bifore prospicienti nell'atrio del monastero.

Alcune pitture del sec. XIII ci fanno vedere gli scudi crociati dell'Ordine Teutonico. Qualche affresco rovinato dal tempo ci riporta all'epoca del re Luigi IX di Francia, nel cui palazzo avvenne il miracolo Eucaristico di Gesù nell'Ostia. Una figura sacerdotale, infatti, innalza un'Ostia sull'altare e tra le sue mani appare un Bambino.

Altre tracce di affreschi sono nell'arco centrale dell'abside più grande, nella cui conca era rappresentato il Cristo, di cui si scorgono poche linee frontali.

Nel centro della volta principale sta collocata una rosetta, simile a quella del lato occidentale (a modo di meridiana). Essa ci richiama alla mente una rosetta della chiesa di S. Leonardo, presso Limoges: chiesa classificata fra i monumenti storici della Francia, che risale anche al sec. XI.

Non manca tra le fabbriche del monastero qualche altra curiosità: l'antica cucina del convento, che termina con una torretta, simile a quella del monastero, ossia badia, di Fontevrault, ricordata per le sue dimensioni dal Lenormant.

 

Le fabbriche conventuali

Vi si accede da una scala, rifatta sull'antico sistema. Sette stanze, con stemmi della famiglia Gaetani di Roma, ci assicurano l’opera dei due cardinali commendatari della seconda metà del cinquecento, Nicola ed Enrico.  


L'ospizio dei poveri

Dell'antico ospizio dei poveri, che funzionava già nel secolo XII iuxta stratam Peregrinorum, restano pochissime tracce, poiché esso fu più volte restaurato.

Caratteristiche le due finestre di stile ogivale con il portoncino d'ingresso: dalla parte opposta vi si possono osservare tre porte di pietra gentile, di cui si conosce la data (1327), quando vi furono costruite.

Rovinato completamente col terremoto del 1731, questo ospizio venne ricostruito quasi dalle fondamenta nel 1745, a cura dell'ultimo abate commendatario D. Pasquale Acquaviva di Aragona e funzionò da ospedale per i pastori abruzzesi fino all'inizio del sec. XIX.

 

Tratto da: Silvestro Mastrobuoni, San Leonardo di Siponto, Studio Editoriale Dauno, Napoli, 1960



IL CROCIFISSO LIGNEO 

di Mariantonietta Di Sabato 

Dalla sua riapertura al culto fino al 1956, l’Abbazia di San Leonardo custodiva, senza che nessuno lo sapesse, un grande crocifisso in legno delle dimensioni di mt. 2,44 d’altezza per 2,20 di larghezza.

Fu quasi per caso che il teologo don Silvestro Mastrobuoni, allora Ispettore Onorario ai Monumenti e Scavi di Siponto, nominato rettore dell’Abbazia di San Leonardo da S. E. Mons. Andrea Cesarano, scoprì, adagiata in un angolo della sacrestia, coperta da un cumulo di detriti e vecchie suppellettili, un’opera d’arte di mirabile valore artistico, di autore ignoto, eseguita fra il 1220 ed il 1230, quando il monastero era ricco e potente.

Una scultura di tipo vivente, con gli occhi aperti ed i piedi staccati. Chi la eseguì mostra di aver puntato più che sull’espressione del Cristo, sulla esasperata anatomia del suo corpo, resa più evidente dalla pittura sovrapposta all’intaglio.

Fu, appunto, la tenacia di questo valente sacerdote ed insigne studioso di arte che la Soprintendenza ai Monumenti ed alle Gallerie della Puglia, opportunamente informata e sensibilizzata, provvide, a propria cura e spese, al recupero del crocifisso.

Nel 1956, infatti lo stesso fu restaurato dall’Istituto Centrale del Restauro e l’anno successivo il Ministero della Pubblica Istruzione lo destinò alla Esposizione Universale di Bruxelles.

Successivamente, invece di essere riconsegnato alla chiesa di San Leonardo, il crocifisso fu affidato in custodia alla Soprintendenza di Bari e poi, inspiegabilmente, inviato alla Pinacoteca provinciale presso il Castello Svevo di Bari per esservi esposto.

Per tanti anni, risultarono vane le proteste e le sollecitazioni per il ritorno a Manfredonia dell’opera da parte delle autorità ecclesiastiche, di associazioni culturali, della locale Azienda di Soggiorno e Turismo e della stampa.

Finché, il 24 aprile 1985, grazie all’appassionato interessamento del Centro di Documentazione Storica, coinvolgendo l’intera città in questa crociata, dopo ventotto anni, il crocifisso fece definitivamente ritorno a Manfredonia.

In segno di ringraziamento e per festeggiare l’avvenimento, il 17 maggio di quell’anno, l’Arcivescovo Mons. Valentino Vailati officiò in Cattedrale una solenne cerimonia religiosa.

Attualmente è custodito in una cappella (entrando a sinistra) della chiesa Cattedrale, in attesa di essere trasferito nella restaurata Abbazia di San Leonardo.


Tratto da: Matteo Di Sabato, Siponto e San Leonardo, storia arte culto, Ed. Il Sipontiere, Manfredonia, 2005